liberamente tratto dal mai pubblicato saggio “Antropocapitalismo” di Ferdinando Vino

La comunicazione classica tra due o più individui è avvenuta, fino a pochissimi anni addietro, esclusivamente attraverso la percezione sensoriale (suoni e immagini). Nella versione classica dello scambio comunicativo un primo individuo invia messaggi ad un secondo individuo il quale percependoli fisicamente (pressione dell’onda sonora sul timpano, impressione dell’immagine sulla retina).

Quando l’avvento del fenomeno del campionamento e della digitalizzazione (rappresentazione della realtà in numeri) e la diffusione di sensori e trasduttori di alta fedeltà (strumenti capaci di acquisire la realtà in forma numerica e di riprodurre fedelmente la realtà a partire da una rappresentazione numerica) ha incontrato il fenomeno parallelo ed inarrestabile della diffusione della rete di trasmissione dati la cosa più logica da fare è stata la proiezione della base della comunicazione (suoni e immagini) attraverso il mezzo tecnologico (così come una manciata di decenni prima successe con gli studi sul cinema, sulle immagini in movimento e sulle immagini accoppiate al suono).

La digitalizzazione di una comunicazione non è altro che la trasfigurazione numerica di un fatto fisico (un tasto schiacciato, una parola pronunciata, un’opinione espressa, una risata, una bestemmia, un inchino, un orgasmo, una preghiera, un discorso). La trasfigurazione numerica attraversa le reti di dati e viene riproposta in luoghi geografici diversi tra loro e ben distanti dal luogo della registrazione del fenomeno, riproponendolo. Di fatto, quindi, se la registrazione è la codifica numerica di un uomo di potere (un discorso di Obama), ebbene la riproduzione della scena in ogni dove fa di quel discorso di potere un discorso che spezza la fisica e la geografia estendendo di fatto i confini del discorso del potere in un ambito personale e psichico individuale completamente slegato da una visione sociale collettiva. Questa tipologia di distribuzione di messaggi casuale (non si conoscono a priori i destinatari), ageografica, asincrona (chi registra lo fa in un momento diverso e ciascuno che ascolta lo fa ciascuno in un suo momento personale potenzialmente ciascuno diverso) crea moltitudini disgregate ovvero moltitudini non gestita attraverso accorpamenti di persone fisicamente presenti in un luogo geografico determinato ma da singolarità sparse ed isolate che adottano una stessa rappresentazione mentale di quel discorso di potere introiettandolo e appropriandosene inghiottendolo nel fondo delle proprie coscienze destinate ad edificare opinioni che si tradurranno in consumi, atteggiamenti, mode, fiducie elettorali, equilibri economici e politici. Chiameremo questo fenomeno “trasformazione neurotronica della realtà”, ovvero la realtà da fisica si trasforma in una stringa numerica trasmessa da circuiti elettronici e si insinua in una corteccia cerebrale umana trasformandosi, in un tempo più o meno lungo, in un atteggiamento fisico misurabile (un acquisto, un abito, un cibo, un voto).

Fin qui sembrerebbe tutto chiaro a meno che… a meno che io non vi dica che (sorpresa delle sorprese) se io registro un fatto fisico (ad esempio schiaccio il tasto “A” sulla tastiera) e lo trasfiguro in un numero (ad esempio 608). Questo numero lo affido ad un software (il browser) che lo manda al sito web (altro software) che lo manda ad un altro browser (quello installato sul tuo computer, umano sbadatello che leggi) e tu leggi… Se tu leggessi ad esempio “O” invece che “A”? Se io in una seduta di chat ti scrivessi “mi fai schifo” tu penseresti che tu mi fai schifo sul serio. Ma si da il caso che, proprio come dicevamo, io ti avevo scritto proprio “mi piaci, baby” e ne sono convinto, cavolo: ho premuto i tasti. Ebbene. In questo contesto succede che io mi sentirei inutilmente odiato, ed anche tu. E ci odieremmo a vicenda al posto di farci l’amore ed il tutto sarebbe stato decido proprio dal sito web.

Proprio così, un sito internet (o, più largamente, un software) è un insieme di passaggi logici che hanno il potere di trasmettere, modificare, alterare, le parole.

Ma se le parole e, più largamente, i discorsi di potere sono passibili di essere arbitrariamente mutati, trovandosi questi a diffondersi in un universo umano dove il discorso è il mezzo attraverso il quale si creano legami e quindi strutture sociali, politiche ed economiche, allora questa alterazione genera direttamente un’alterazione degli equilibri umani. Potremmo dire allora, più formalmente e correttamente, che un software è uno strumento logico-matematico in grado di alterare la rappresentazione neurotronica della realtà, e quindi della rappresentazione della realtà nella testa di chi si espone alla sua proiezione.

Traslando questo esempio all’esperimento politico in corso in Italia, io potrei attraverso un software creare migliaia di finte persone che chiedono una legge (ma magari non l’ha chiesta nessuno), stimolare quindi una “votazione on line” di quella legge, decretare chi ha vinto quella votazione (sempre con lo stesso meccanismo, e dichiarare poi in un video (altra rappresentazione neurotronica) che la democrazia è stata rispettata e che il popolo ha fatto la sua volontà.

Bene, forse più che il popolo il software ha fatto la Sua volontà, ovvero la volontà di Beppe Grillo nel caso dell’esperimento sociologico italiano. Ed infatti la piattaforma di votazione di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle sapete come si chiama? Sistema Operativo 5 Stelle. Sapete cos’è un sistema operativo? Un insieme di regole matematiche che gestisce e imbriglia una macchina e le fa fare tutto quello che vuole, un sistema operativo che gestisce le opinioni secondo voi cosa fa? Raccontatevelo da soli, per pietà e non pigolate.

 Ma questa tipologia di esperimento si sta diffondendo su scala planetaria, infatti da qualche anno ci stanno educando raccontandoci che gli hashtag di twitter sono la misura della reale opinione delle persone, ma assolutamente non è così, twitter è un software ed è un’altra macchina matematicha potenzialmente in grado di alterare le rappresentazioni neurotroniche e presentare realtà diverse da quella oggettiva. Vi siete chiesti come mai il Papa twitta? O i re twittano? La parola “Tweet” è l’onomatopea che in inglese vuol dire lo stesso che “cip cip” in italiano, il verso degli uccellini. Da questo momento potrete bene immaginare quegli uccellini tra le cosce di chi sono.

Orbene. Sembra che ci siamo ficcati proprio in un bel pasticcio lasciando intromettere tra noi e gli altri delle macchine elettroniche che mediano le nostre comunicazioni e rappresentano in ogni dove le nostre opinioni e noi stessi. Che peccato, pensavamo ci avessero regalato cose meravigliose e guardate un po’ dove ci siamo messi. Brutta storia.

Ma a tutto questo c’è un rimedio? Vi chiederete terrorizzati in un tweet. Ovvio che il rimedio c’è, piccoli distratti lettorini dell’ultima ora. C’è tutta la rivoluzione hacker, la più grande rivoluzione di tutti i tempi dopo la rivoluzione francese, che dal 1983 con Richard Stallman e la Free Software Foundation si sono posti un grande obiettivo “in una società dominata dal software, e quindi -dico io- della sostituzione della realtà con la sua rappresentazione neurotronica assolutamente tanto infedele quanto percepita come vera, avere un software libero è l’unico modo per avere una rappresentazione neurotronica della realtà fedele alla realtà fisica che l’ha generata e quindi la permanenza della partecipazione delle comunità alla vita sociale in una civiltà fondata sull’elettronica”. Cosa vuol dire software libero? Vuol dire che tutti nel mondo possono vedere quel software come trasforma le cose e come le trasmette.

E, guardacaso, il software del Movimento 5 Stelle, il software di twitter, il software di Whatsapp e della sua neo-mammina Facebook non sono liberi.

 Dite la verità, proprio adesso che tweetavate di votare per Grillo avete scoperto di essere stati sodomizzati dal neo esperimento di importazione americana. Suvvia nella vita c’è di peggio. Pensate ad esempio se le elezioni le facessero online. Brrrrr.

Adesso bevetevi una bella birra Peroni ghiacciata e guardate il cielo. Sì la Peroni l’hanno comprata i sudafricani. Sì proprio loro. Ma non ci pensate. Tweetate. E sorridete.

Ferdinando Vino
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